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GHINO DI TACCO
Ghino di Tacco nacque a Fratta (Sinalunga, provincia di SIENA) nella seconda metà del XIII secolo.
Rampollo di nobile famiglia (Cacciaconti Monacheschi Pecorai), è introdotto al brigantaggio insieme al fratello, dal padre e dallo zio, formando cosi quella che è chiamata dal giudice del podestà di Siena Benincasa da Latrina “la banda dei quattro”.
Catturati per conto del comune di Siena e dei conti di S. Fiora, con la colpa di aver commesso numerosi taglieggiamenti nei feudi limitrofi, e di aver ferito Jacopino da Guardavalle, i quattro passeranno un anno sotto tortura, nelle galere senesi.
Condannati tutti e quattro a morte per sentenza decretata sempre dal Benincasa, a Ghino di Tacco e a suo fratello è risparmiata la pena capitale, data la loro giovane età.
Dopo pochi anni Ghinotto riprende l’attività insegnatali dal padre fino ad essere bandito dal territorio della repubblica.
Ghino fuggi' conquistando la rocca papale di Radicofani, luogo strategico, perché al confine tra la Repubblica Senese e lo Stato Pontificio e poggiando su un colle la roccaforte domina la Val d’Orcia, dove passa la via Francigena, punto obbligato di transito dei pellegrini in viaggio per la città santa.
Ghino di Tacco divenne famoso per il suo modo singolare di derubare la gente, egli infatti, s’interessava di ciò che realmente il malcapitato possedeva, lasciandoli sempre di che sopravvivere, e offrendo loro un banchetto, ospitava i poveri e gli studenti dando loro anche la possibilità di qualche lavoro.
Ghino di Tacco si senti' il dovere di vendicare la morte del padre e dello zio, quindi si recò a Roma e al comando di 400 uomini, s’introdusse nel tribunale papale dove il Benincasa aveva fatto carriera come senatore ed auditor presso lo stato pontificio, gli tagliò la testa, la infilzò su di una picca e la espose poi sul torrione della rocca di Radicofani.
Nonostante questo macabro episodio egli aveva la fama di ladro gentiluomo, ed era considerato un fiero e imbattibile guerriero.
L’evento che più di tutti ha caratterizzato la sua esistenza, è la cattura dell’abate di Cluny che, malato di gotta, è stato “curato” da Ghinotto rinchiudendolo nella torre a pane, fave secche e vernaccia di san Gimignano.
“Miracolosamente” guarito e reso libero l’abate intercesse sul papa convincendolo ad avviare un processo di riabilitazione, che lo porterà alla cancellazione di tutte le sue pendenze penali, il perdono della repubblica senese e la nomina a Cavaliere di S. Giovanni e Friere dello Spedale di Santo Spirito.
Morirà assassinato nel sedare una rissa fra fanti e contadini, avvenuta nel secondo ventennio del XIV secolo ad Asinalonga (Sinalunga).
L’immagine di Ghino di Tacco, nonostante una vita particolarmente violenta, n’esce sostanzialmente corretta, considerando il periodo cruento e corrotto in cui è vissuto, egli è sempre fedele al suo credo politico, (ghibellino) non infierisce mai completamente con i malcapitati, ed intende la rapina come riprendersi ciò che apparteneva alla “natura originaria”.
Ciò che spinse prima Tacco, poi Ghino al brigantaggio fu sicuramente la rendita terriera esercitata dalla Chiesa senese a favore dello Stato Pontificio.
A conferma di quanto sopra detto il coevo Dante ne parla come uomo forte e fiero “Quiv’era l’Aretin che da le braccia fiere di Tacco ebbe la morte”. Benvenuto da Imola ridà onore al brigante Ghino”non fu infame come alcuni scrivono… ma fu uomo mirabile, grande, vigoroso…”. Per ultimo l’anacronistico Boccaccio lo descrive come brigante buono”Ghino di Tacco piglia l’abate di Cligni e medicalo del male dello stomaco e poi il lascia quale, tornato in corte di Roma, lui riconcilia con Bonifacio papa e fallo friere dello Spedale”.
Appena visto il “Gran Master” dell’Andrea mi sono detto, questo è Ghino, la postura fiera e lo sguardo intenso danno alla scultura un’aria d’uomo grande e terribile, è bastato aggiungere i capelli alla chierica, e “rattoppare” il mantello logoro.
La scultura è molto buona, ben proporzionata, buoni i dettagli, a parte la cotta di maglia poco marcata. Per la testa del Benincasa ho usato il lanciere rosso della Marengo e anche lì ho aggiunto un po’ di barba ma il viso è veramente molto bello.
La torciera è stata realizzata riproducendo le torciere presenti al Palazzo Comunale in Siena.
La vegetazione è stata composta, sfilacciando un cavo telefonico, orientato i filamenti di rame, ho incollato una ad una le foglie prese da una composizione di fiori secchi.
L’angolo della torre è della Pegaso, anch’essa di buona fattura, ma, dato il prezzo, i tre semplici incastri potrebbero essere anche più precisi, considerando l’alta qualità alla quale la ditta senese ci ha abituato.
In conclusione tutto il lavoro, è stato molto gratificante, sia la ricerca storica, dove la cruenta vita del personaggio risulta di grande interesse, e soggetta a dibattiti da parte di storici e medievisti. La parte pittorica, e le piccole modifiche mi hanno veramente soddisfatto, dato che quando si lavora con materiale d’alta qualità il lavoro non può che essere appagante.
Figurino e articolo di Leonardo Righi







